Camminare per le stradine che costeggiano l’Amer Fort è un’esperienza ricca di contrasti: architetture storiche, botteghe di artigiani e templi immersi nel verde. Proprio lungo questo percorso, dopo un paio di negozi e piccoli santuari, ci si imbatte in una grande haveli che ricorda molto un antico palazzo.
Non compare nelle guide turistiche, non ha biglietterie né folle di visitatori. Solo una targa del Department of Archaeology del Rajasthan e un paio di lapidi in pietra, scritte in un inglese incerto, testimoniano la sua identità. Il resto lo raccontano le sue mura: spoglie, consumate, ma capaci di evocare l’antico splendore.



Il primo palazzo dei Kachhwaha
Questa residenza fu utilizzata dai re Kachhwaha di Amber nei secoli XVI e XVII ed è considerata un esempio significativo di architettura residenziale medievale.

Costruito principalmente in arenaria e calce, il palazzo ospitò sovrani come Prithviraj Singh I, Bharmmal e Bhagwant Das. Al suo interno si riconoscono ancora la sala delle udienze (Diwan-i-Aam), l’area delle incoronazioni (Rajtilak Chatri), il Janana Mahal destinato alle donne della corte, e la cosiddetta Sala di Balabai, dedicata alla regina.
Una particolarità della tradizione vuole che il primo matrimonio di ogni sovrano si celebrasse proprio nella sala di Balabai, rendendo questo spazio centrale nella vita dinastica.


Il tempio di Narsingh
All’interno del complesso si trova anche un tempio dedicato a Narsingh, una delle incarnazioni del dio Vishnu. Secondo le iscrizioni, fu voluto da Rani Balabai, moglie del re Prithviraj Singh (1503–1527), devota del santo Krishnadas Payhari, fondatore del centro di pellegrinaggio di Galta.
Il santo donò alla regina un idolo di Narsingh, accompagnato da una promessa: “Finché questa immagine resterà qui, i Kachhwaha continueranno a regnare.”



Per custodirla venne realizzato un altare a forma di altalena in marmo, sorretto da colonne scolpite con le varie incarnazioni di Vishnu: Matsya, Varaha e Buddha. Sulla parte superiore (toran) sono raffigurati Brahma, Shiva, Vishnu, Lakshmi e altre divinità.
La gestione del culto fu affidata al discepolo Parbat Purohit, e ancora oggi le festività come Narsingh Chaturdashi, Janmashtami e Annakut sono celebrate con partecipazione locale.


Origini e storia dei Kachhwaha
I Kachhwaha appartengono a un clan Rajput che rivendica la discendenza dalla dinastia solare (Suryavanshi), e più precisamente da Kusha, figlio di Rama. Secondo alcune cronache, i loro antenati migrarono da Kosala a Gwalior, e da lì in Rajasthan nell’XI secolo.
Nel tempo furono chiamati con vari nomi, come Kachhapaghata o Katsawaha, fino a stabilizzarsi nella forma Kachhwaha a partire dal regno di Raja Man Singh (XVI secolo). La loro ascesa politica si consolidò grazie ad alleanze con i Mughal, che ne rafforzarono il potere e il prestigio.


Bala Bai e la leggenda della “Saal”
Oltre all’importanza politica e religiosa, il palazzo è legato a una storia popolare che ha per protagonista la regina Balabai.
Secondo la tradizione, un giorno il re Prithviraj Singh, recandosi al tempio di Jagdish Ji, si rivolse a un gruppo di donne dicendo: “Bai, non abbiate paura, passate pure.” Senza accorgersene, tra loro c’era anche la regina, che rimase profondamente ferita dall’essere stata chiamata “sorella”.
Balabai decise allora di rinunciare alla vita coniugale e si ritirò in una parte appartata del palazzo, conducendo un’esistenza ascetica. Con il tempo, proprio quella stanza divenne un luogo rituale: ogni coppia reale, dopo il matrimonio, vi trascorreva la prima notte di nozze per ricevere la benedizione della regina, trasformata ormai in figura spirituale e protettrice.




Un patrimonio nascosto
Oggi il palazzo, a pochi passi dall’Amer Fort, resta fuori dai circuiti turistici. Le sue stanze raccontano di secoli di storia, di potere e di devozione religiosa, ma anche di leggende che hanno contribuito a tramandarne la memoria.
L’assenza di restauri e la scarsa attenzione istituzionale lo rendono un luogo silenzioso, spesso ignorato, ma capace di restituire a chi vi entra una sensazione di viaggio nel tempo.









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