Pochi chilometri separano la tranquilla spiritualità del santuario Tōshōgū di Nikko da uno dei luoghi più surreali del Giappone moderno. È il Western Village, ex parco a tema nato nel 1973 e ispirato ai film western americani e italiani, nonché al leggendario Westworld con Yul Brynner, dove i robot impazziti si ribellano ai visitatori.
Chiuso definitivamente nel 2007, il parco è oggi un santuario dell’assurdo, una capsula del tempo che attrae haikyo-sha, gli esploratori urbani giapponesi e stranieri in cerca di ambienti sospesi tra realtà e finzione.

L’arrivo al villaggio del West
Dopo una notte movimentata in tenda tra le montagne di Tochigi, incontro Simone alla stazione di Shin-Takatoku. Colazione veloce, poi via verso l’obiettivo. Sappiamo che l’ingresso principale è sigillato, ma una serie di punti d’accesso secondari lungo il fiume permette di raggiungere l’interno senza troppi rischi.
Seguendo un sentiero laterale arriviamo dietro gli edifici del parco. Troviamo dei bagni pubblici abbandonati, chiusi da vecchi fili di ferro: un nascondiglio perfetto per alleggerirci degli zaini prima di entrare. Non abbiamo tutta la giornata poiché il treno per Tokyo parte al tramonto.
Camminiamo costeggiando il fiume finché, scavalcata una muretta, ci ritroviamo nel cuore del villaggio del West. L’effetto è spiazzante: le casette di legno, le insegne sbiadite e i manichini dei cowboy sembrano attendere solo il segnale per tornare in scena.



Tra banche assediate e saloon infestati
Il primo incontro è quello con il banchiere, barricato dietro il proprio sportello con due fori di proiettile sul torace. Poco più avanti un barista dimenticato nel tempo, un automa riverso su un carro e mezzo busto di sceriffo che spunta da una finestra.
Ogni edificio custodisce la propria micro-storia: saloon, barberie, botteghe, la stazione dello sceriffo, l’emporio con le merci coperte di ragnatele. A presidiare una piccola chiesa, un enorme bufalo dal muso immobile e vigile.
Lungo la Main Street — degna di un film di John Ford — riconosciamo tra i poster volti modellati sull’iconografia di John Wayne e Clint Eastwood, come se i miti del cinema americano dormissero in questo limbo artificiale.









Le cucine e il parco giochi
Nella zona ristoro ritroviamo un accenno di quotidianità: lunghe tavolate con piastre per grigliate, sgabelli rossi allineati, decorazioni nativo-americane e bandiere a stelle e strisce. Accanto, due giochi meccanici per bambini (un orso e un cane) arrugginiti, con ingranaggi esposti come ferite.
Attraversiamo poi il teatro indiano, bloccato da anni. Ogni tentativo di ingresso risulta vano, finché la curiosità ci spinge verso l’Arizona House, un hotel-saloon dallo sfarzo decadente. Dentro, una scena congelata: manichini con bottiglie e pistole, insegne “Wanted” incollate ai muri, luce filtrata tra le barricate.
A pochi metri, una sala giochi abbandonata accoglie ancora i cabinati arcade: Crazy Taxi, Final Furlong 2, Basket Stadium W. Dall’alto, un peluche gigante di Chopper (da One Piece) sorveglia la sala con un’ironia involontaria.



















Il monte Rushmore giapponese
Superato un piccolo ponte, ci avviciniamo alla replica del Monte Rushmore. L’edificio che lo nasconde sembra governativo, freddo e grigio. Girato l’angolo, eccoli: i quattro presidenti americani si stagliano maestosi contro il cielo. Scattiamo la foto di rito, un autoritratto simbolico tra due epoche.
Non ci dimentichiamo dell’edificio dietro la facciata del monumento che ha catturato la nostra attenzione. Entriamo da una finestrella sul retro.




La famiglia degli orsi e altre ombre
All’interno, il silenzio è rotto solo dai nostri passi. Una famiglia di orsi di peluche “vive” una scena inquietante: il padre e i cuccioli accanto a un pianoforte, la madre su una sedia a dondolo, tutti circondati da batuffoli di ovatta: come se anche i giocattoli potessero sanguinare.
Nel piano superiore, altri orsi vigilano sulle scale con sguardi mancanti, occhi perduti e corpi mutili. Illuminati dalla torcia, i loro visi assumono una ferocia quasi umana.
Proseguiamo oltre un mezzanino vuoto, fino a un’area con vecchi giochi a tema horror: tiri al bersaglio con mostri, un bufalo sovradimensionato, poster di Broly Super Saiyan 3 e, in un angolo buio, una statua di Abraham Lincoln. Ricoperta di escrementi di piccioni, giace come un totem infangato.









L’ultima corsa
L’esplorazione dura più del previsto. Quando lasciamo il parco, il sole è in alto nel cielo. Il Western Village rimane lì, immobile, a metà tra incubo e meraviglia: un set fantasma dove il sogno del West continua a recitare la sua parte, anche senza spettatori.


Posizione urbex:



