Un soprannome la chiama Villa dell’Oracolo. Su un’altura boscosa sopra Torino, nel quartiere di Val Salice, una dimora barocca resta vuota da oltre trent’anni, raggiungibile solo con un sentiero ripido tra ortiche e boschetti di castagno. I torinesi la chiamano, a seconda di chi racconta la storia, Villa Becker, Villa dell’Oracolo o Villa delle Catacombe: tre nomi che corrispondono a tre strati diversi di una storia lunga quattro secoli. Il nome ufficiale è Villa Imperiali Becker, già Villa San Germano, e sorge su Strada del Righino, a poche centinaia di metri dal Museo di Storia Naturale di Valsalice: sorprendentemente vicina al centro città per un edificio così completamente dimenticato. Dietro il suo cancello arrugginito non sopravvive una rovina in senso pittoresco, ma un documento: un nucleo seicentesco rimodellato all’inizio del Novecento da uno dei più importanti architetti Liberty della città, che conserva ancora, sotto soffitti crollati e danni da incendio, la forma di una casa costruita prima per la mondanità, poi per la privacy, infine per nessuno.

Contesto storico
Il terreno fu acquistato nel 1600 da Ludovico San Martino d’Agliè, marchese di una delle più antiche famiglie nobili piemontesi; la costruzione era in gran parte conclusa entro il 1603. Ludovico vi abitò fino alla morte, nel 1646, e la proprietà (già associata dal 1633 al nipote Filippo d’Agliè) passò formalmente nelle sue mani.

Foto d’epoca di Villa Imperiali Becker che mostra il divano ad angolo nel salotto. Foto di Leonardo Fazio, per gentile concessione di MuseoTorino.
Il favorito di Madama Reale
Filippo non fu un erede qualunque. Aveva conosciuto la reggente sabauda Maria Cristina di Borbone-Francia, detta Madama Reale, a Cherasco nel 1630, e dal 1637 (inizio della vedovanza di lei) ne divenne il confidente più stretto, incaricato di orchestrare la vita di corte a Torino. L’ostilità del cardinale Richelieu gli costò una breve prigionia in Francia; tornò a Torino nel 1643 e, dopo la morte di Cristina nel 1663, trascorse gli ultimi anni proprio nella villa sulla collina, dove morì nel 1667. La proprietà passò quindi a un parente, l’abate d’Agliè, e sotto questa proprietà fu coinvolta nell’assedio di Torino del 1706, quando un diario dell’epoca registra truppe francesi avvistate brevemente presso “la vigna del R. Abbate d’Agliè”, prima di essere respinte dal fuoco dei cannoni dei fortini della collina. Le fonti del periodo chiamano la proprietà Saint Germain, dal feudo di Filippo: origine del nome successivo, Villa San Germano.
La famiglia San Martino Agliè di San Germano mantenne la proprietà per altri due secoli. Poi, nell’Ottocento, i passaggi di mano si susseguirono rapidamente: a Casimiro Rivoira, ad Antonio Fornaca, nel 1846 al principe di Lucinge, nel 1887 ai coniugi Isnardon.



La casa italiana di un console inglese
Nel 1902, sir Walter Friederich Becker acquistò la villa. Diplomatico e uomo d’affari britannico (Grand’Ufficiale dell’Impero Britannico e della Corona del Siam, in seguito Console Generale del Siam a Torino) Becker aveva costruito la propria fortuna come armatore, commerciando tra Messina e New Orleans, prima di stabilirsi definitivamente a Torino, dopo lunghi soggiorni fiorentini. Ne fece la propria dimora e vi morì a settantatré anni. Tra il 1903 e il 1911 affidò all’architetto Pietro Fenoglio la ristrutturazione dell’edificio: l’intervento che dà alla villa gran parte del suo aspetto attuale.

Uno scrittore poco colpito dal suo ospite
Nel 1919 Becker ospitò David Herbert Lawrence, che descrisse la bellezza della villa in una lettera del 18 novembre di quell’anno indirizzata a Lady Cynthia Asquith, pur liquidando privatamente il suo ospite come un “parvenu”. Lawrence si ispirò comunque a Becker e alla moglie per i personaggi di Sir Williams e Lady Franks nel romanzo del 1922 Aaron’s Rod, modellando la loro casa su quella torinese.
Alla morte di Becker, nel 1927, la proprietà passò alla vedova Delphine, che si risposò poi con il marchese fiorentino Demetrio Imperiali di Francavilla, di trent’anni più giovane. Demetrio ereditò l’intero patrimonio Becker alla morte di Delphine e, secondo diverse fonti, ne dilapidò gran parte in pochi anni. La figlia Katie Boyle, divenuta nota personalità televisiva britannica, lasciò un ritratto vivido e nostalgico della villa nelle sue memorie del 1980, What This Katie Did.


Architettura e Spazio
Ossa barocche, pelle Liberty
Ciò che resta della fase costruttiva più antica è probabilmente il piazzale semicircolare, il cui muro di contenimento è ornato di statue, e il piccolo belvedere che vi si affaccia. La villa segue una pianta allungata, con corpi aggettanti e ingresso laterale da Strada del Righino; alle trasformazioni settecentesche seguì, a metà Ottocento, un rifacimento più profondo del corpo centrale, l’aggiunta di nuove ali laterali e un giardino ridisegnato secondo il gusto romantico dell’epoca: impostato in salita su emicicli sovrapposti verso una prospettiva finale. Un parco boscoso di diversi ettari, con fontane e grotte, racchiude ancora l’edificio su ogni lato.
La ristrutturazione di Fenoglio, tra il 1903 e il 1911, sovrappose dettagli Liberty a questa struttura più antica (ferri battuti floreali, stucchi decorativi, aperture ridisegnate) senza cancellare lo scheletro barocco sottostante. Ciò che resta degli interni, documentato dalle stesse fotografie dell’archivio comunale, comprende un salone principale affrescato e decorato a stucco con divano angolare incassato, uno scalone monumentale, una cappella interna e un porticato a colonne. Secondo diverse fonti pubblicate, Becker fece inserire discretamente piccoli delfini negli stucchi del salone: un gioco privato sul nome della moglie.

Declino e Abbandono
Lo svuotamento
Il declino iniziò tra la fine degli anni Ottanta. La villa fu messa in vendita dai proprietari privati e da allora non ha trovato acquirenti, pur essendo vincolata dalla Soprintendenza dei Beni architettonici e paesaggistici di Torino almeno dal 1991.
Tre incendi in una settimana
Nel febbraio 2022 la villa subì tre incendi dolosi nel giro di pochi giorni, che distrussero parte del sottotetto e provocarono il crollo del soffitto in diverse stanze. La Soprintendenza piemontese rispose chiedendo alla proprietà interventi urgenti di messa in sicurezza, senza escludere l’esproprio in caso di ulteriore inadempienza. L’associazione UNIVOCA ha ribadito la stessa richiesta in solleciti formali ripetuti dal 2021, l’ultimo nel 2023, dopo aver constatato di persona l’entità dei danni.


Cosa Abbiamo Trovato
Dietro il cancello arrugginito, il piano terra racconta ancora cosa fosse questa casa: un soffitto voltato e riccamente colorato, ad archi a sesto acuto sorretti da decine di colonne, un camino originale e, più oltre, il salone affrescato con il divano angolare e i delfini nascosti, ancora leggibili sotto decenni di umidità. Lo scalone monumentale resiste, incrinato e in parte scoperto dove il tetto ha ceduto sopra di esso; la piccola cappella interna conserva la forma, se non la decorazione. Le finestre sono murate o semplicemente assenti, le pareti portano insieme graffiti e le macchie scure degli incendi del 2022, e i piani superiori — dove il fuoco ha fatto i danni peggiori — mostrano soffitti crollati e travi a vista. Segni di rifugio occasionale da parte di senzatetto convivono con i dettagli più romantici della rovina, a ricordare che qui l’abbandono non è pittoresco ma in corso. All’esterno, il giardino un tempo ordinato degli emicicli è tornato a una vegetazione fitta, quasi equatoriale, che nasconde l’edificio dalla strada sottostante e rende la breve salita alla collina più faticosa di quanto la sua lunghezza lasci immaginare.


Stato Attuale
Secondo le fonti più recenti, nel 2025, Villa Becker resta di proprietà privata e non restaurata, ancora nelle mani di una società immobiliare che non ha trovato acquirenti per l’immobile. I danni degli incendi del 2022 non sono stati riparati. I contatti tra la Soprintendenza e la proprietà proseguono, ribadendo la richiesta di interventi minimi di sicurezza, ma nessun progetto di restauro è stato annunciato o avviato. La villa viene occasionalmente occupata da senzatetto in cerca di riparo e, più di rado, da esploratori che ripercorrono lo stesso sentiero ripido usato dalla troupe che vi girò, nel 2006, alcune scene de La terza madre di Dario Argento, uscito l’anno successivo — il film che diede all’edificio il suo terzo soprannome, Villa delle Catacombe.


Posizione urbex:
Un grande grazie a Sophia per le foto.
Sostieni l’archivio
Questo archivio indipendente è mantenuto senza sponsorizzazioni commerciali. Se trovi utili questi materiali, puoi contribuire a mantenerlo online.



