La città fantasma di Akarmara

Entrata per la città abbandonata di Akarmara - Abkhazia

Nascosta tra le montagne boscose a est di Tkvarcheli, Akarmara occupa oggi una posizione ambigua tra presenza umana e abbandono. I palazzi emergono dalla vegetazione subtropicale, le scale conducono ad appartamenti ancora abitati accanto a interi blocchi vuoti e le tracce della vita quotidiana sovietica sopravvivono in edifici privi di manutenzione da decenni. Pur essendo spesso descritta come una città fantasma, Akarmara non è del tutto deserta. Alcune famiglie continuano a vivere qui, coltivando orti e allevando animali in un insediamento nato per servire una delle principali aree minerarie dell’Abkhazia.

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Contesto Storico

Akarmara fu fondata nel 1938 come insediamento minerario nel distretto carbonifero di Tkvarcheli, allora parte della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma dell’Abkhazia. L’importanza strategica della zona crebbe bruscamente durante la Seconda guerra mondiale: dopo che l’invasione tedesca aveva tagliato l’accesso sovietico a gran parte del bacino carbonifero del Donbas, le miniere di Tkvarcheli divennero una fonte alternativa di combustibile industriale di primaria importanza. L’insediamento fu formalmente incorporato nel più ampio agglomerato urbano di Tkvarcheli nel 1942 e si espanse progressivamente nell’ambito del programma sovietico di sviluppo industriale. I lavori di costruzione del dopoguerra si basarono in larga misura sul lavoro dei prigionieri: fonti storiche affidabili confermano che prigionieri di guerra tedeschi e italiani presero parte ai cantieri edilizi dell’intera regione.

Al suo apice, il sistema di villaggi e centri urbani attorno a Tkvarcheli contava una popolazione stimata di 40.000 abitanti. Akarmara era uno dei nodi di una rete densa di insediamenti collegati da strade, ferrovie e infrastrutture industriali, tutti orientati attorno all’estrazione del carbone. Durante il periodo sovietico la zona era autenticamente multietnica: russi, greci, abkhazi, georgiani e armeni vivevano e lavoravano fianco a fianco, con esistenze scandite dall’occupazione mineraria e dalla cultura industriale sovietica.

La rottura decisiva arrivò con due crisi sovrapposte: il crollo dell’Unione Sovietica e la guerra in Abkhazia del 1992–1993. Durante il conflitto, Tkvarcheli subì un assedio durato 413 giorni — tra i più lunghi e gravi dell’intera guerra. Poiché l’unica strada principale che collegava la zona passava attraverso territori contesi, Akarmara rimase di fatto sigillata. I rifornimenti arrivavano in elicottero, prevalentemente da forze russe e separatiste. Molti residenti abbandonarono la città durante l’assedio e non vi fecero mai ritorno. Secondo testimonianze locali raccolte durante la visita, l’assedio di Tkvarcheli resta il trauma collettivo più profondo che la popolazione porta con sé dagli anni della guerra.

Al conflitto seguirono il collasso economico e il declino definitivo dell’industria mineraria. Un insediamento che aveva ospitato decine di migliaia di persone si era ridotto, al momento della visita, a circa 35 residenti stabili — in prevalenza russi e abkhazi. Il tessuto multietnico dell’epoca sovietica si era dissolto del tutto. Nei mesi estivi, un flusso costante di fuoristrada provenienti dalla costa del Mar Nero porta un turismo informale nella zona, visitatori attratti dalle rovine visibili delle miniere e dai blocchi residenziali abbandonati. Si parla occasionalmente di trasformare Akarmara in un resort culturale, ma lo status di repubblica non riconosciuta dell’Abkhazia rende di fatto impossibile qualsiasi investimento straniero — e nessun progetto di riqualificazione si è mai concretizzato.

Cimiteri abcasia

Architettura e spazio

L’impianto urbano di Akarmara riflette la logica delle città minerarie sovietiche costruite in territori montani. Blocchi residenziali, infrastrutture e servizi pubblici si distribuiscono lungo una valle stretta attraversata dal fiume.

Tra gli edifici superstiti si trovano numerose khrushchyovke, i caratteristici blocchi abitativi sovietici in cemento armato. Scale monumentali, muri di contenimento, ponti e strade lastricate continuano a organizzare lo spazio urbano anche mentre la vegetazione avanza sui tetti e sui balconi.

Akarmara, città abbandonata dell'Abcasia vista dall'alto

Cosa abbiamo trovato

Vengo “raccolto” da una coppia,padre e figlio, in macchina appena dopo il mio arrivo a Tkvarcheli. 

Chiudo lo sportello e via attraverso le strade scoscese delle montagne abcase, passando più volte sopra ponti e fiumi in piena, lisciando visi e facce molto sorprese della nostra presenza. I tratti somatici degli abitanti del luogo sono vicini a quelli delle popolazioni del Caucaso, della Cecenia e della Georgia. Sopracciglia spesse e nere, nasi di un certo spessore, capelli folti e neri con due occhi profondi come pozzi senza fine. Nella mezz’ora di tragitto che ci porta alle porte di Akarmara, il signore più anziano ci descrive un po’ la sua vita e l’ambiente circostante, tra cui una montagna considerata da loro sacra e meta di pellegrinaggio. 

Passato l’ultimo ponte, l’autista si ferma e mi indica la sua casa. Come da consuetudine da quelle parti, mi invita nella sua abitazione, ma purtroppo devo rifiutare per via del poco tempo che mi rimane.

Cosicché incomincio ad esplorare la città, iniziando da una scalinata che sembra quasi non avere fine. Mi porta fino a un edificio di cui posso visitare solo il piano terra. Nel cortile adiacente due famiglie vivono con i propri figli e gli animali domestici. La vita prosegue. 

Grandi edifici sovietici in cemento, khrushchyovkas (palazzine di cinque piani costruite nei primi anni ’60), sono in rovina. Sono considerati densamente popolati anche se li abitano solo una o due famiglie.

Prima della guerra, la vita nel villaggio era vivace, con centri comunitari e scuole materne.  Ancora adesso, tra le rovine si trovano strade acciottolate e magnifici edifici.  Le persone che un tempo vivevano qui e avevano un ruolo nell’economia sovietica a livello centrale ora sono fuggite.

La maggior parte della gente lavora per una piccola società turca di estrazione del carbone – Tkuarchalugol.  Ogni famiglia coltiva ortaggi e alleva bovini, maiali, polli per conto proprio. Prima della guerra non erano soliti coltivare e allevare animali. Ora si vedono costretti a farlo per sopravvivere. 

La domanda di beni nel negozio locale è bassa, quindi per acquistare cibo o articoli per la casa, le persone devono prima chiamare il negoziante, che vive nelle vicinanze, e chiedere se è a casa.  In inverno, l’amministrazione distrettuale fornisce candele e pane gratuito ai villaggi.

Una volta alla settimana, i residenti si recano al mercato di Tkuarchal.  Due volte a settimana un autobus parte dalla parte alta del distretto fino a Tkuarchal.  Un autobus porta anche i bambini a scuola.

A lato prendo una stradina che mi porta ad altri due edifici dove, a quanto sembra, vivono due famiglie. Le porte dell’edificio sono chiuse con il lucchetto e perciò lascio perdere. Seguendo una scalinata ritorno giù e qui degli abitanti del luogo chiacchierano senza mai perdermi di vista. Un camioncino passa per dare un passaggio per poi scomparire nel nulla dietro un edificio abbandonato. 

 

Ritorno al mio punto di partenza per poi proseguire in discesa. Faccio la conoscenza di qualche animale da fattoria. Una famiglia di maiali, di tacchini, qualche cane e delle capre. Tutti liberi di scorrazzare ovunque vogliono. 

Continuando a camminare, mi imbatto in un cancello in ferro battuto con uno stemma molto particolare. Da curioso esploratore mi avvicino e srotolo il fil di ferro che lo tiene chiuso. 

L’interno è un semplice giardino di condominio che ora ospita un’arnia per le api. In Abcasia sulla mia strada ho incontrato molti apicoltori e devo ammettere che il miele che fanno è davvero molto buono. 

Proseguendo m’imbatto in un camioncino lasciato ad arrugginire ma probabilmente ancora funzionante, un paio di motorini e un trattore. Due cani fanno da guardia a una casa isolata dal resto dei condomini. Alzano la testa, muovono le orecchie, fanno un abbaio e poi si alzano. Uno dei due sarà la mia guida protettrice per il resto dell’esplorazione. 

Svolto a destra e mi avvicino sempre di più al fiume in piena. 

Un condominio, oramai senza più finestre e porte, con l’erba che cresce rigogliosa sui terrazzi, m’invita ad andarlo ad esplorare. 

Macerie e spazzatura sono ovunque e ostruiscono il passaggio. Le scale sono in condizioni pessime, con tondini di acciaio e calcinacci che sono sul punto di cadere da un momento all’altro. Le stanze ricoperte di muschio, polvere e detriti. In alcune ci sono ancora i letti, in altre degli ornamenti e arredi. I piani superiori, essendo molto instabili, me li riservo per un’altra volta. Uscendo dal condominio, ritrovo il cane che mi aspetta impaziente.

Decido di lasciarmi condurre, e così  attraversiamo un ponte da cui ho la vista del fiume che impetuoso attraversa la città di Akarmara.

Salendo un po’ più in alto ho la possibilità di avere una veduta migliore dei dintorni e della città. In lontananza intravedo altri stabilimenti, e ancora più distanti dovrebbero esserci le famose miniere abbandonate. La città di Akarmara non si ferma qui, ma si perde nel fitto della vegetazione, passando da villaggio a villaggio. Come funghi spuntano le costruzioni, che brutalmente si sono fatte strada nella montagna ma che ora periscono e muoiono in silenzio. Gli unici a mantenerle in fin di vita sono gli abitanti del luogo.

Posizione urbex:

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